Riassunto della puntata precedente.
Mi dissero che il modo migliore per cercare una tata era usare il passaparola. Poteva essere un metodo per non trovarsi in casa una del tutto estranea (da dove veniva, cosa voleva, che storia aveva, aveva mai strangolato bambini urlanti, aveva bambini suoi o voleva rubarsi il mio, aveva mai cucinato una pappa o ci avrebbe mischiato la candeggina, …). Bè, nonostante i buoni consigli, il passaparola non era poi un metodo così sicuro. Finii per avere in casa signore a me del tutto estranee, e spesso estranee anche alle persone che avrebbero dovuto garantire per loro, spesso tramite amiche di amiche (per solidarietà, appena si lancia la voce: “C’è una che cerca una tata”, tutte le signore che in quel momento ne conoscono altre che ne conoscono altre senza lavoro, fanno girare il tuo numero di telefono).
La prima che provai si chiamava Elèna. ‘Provare’ è un verbo grosso. Diciamo che la sentii al telefono per il cosiddetto primo colloquio. Aveva una voce squillante (”Avrà voglia di fare qualcosa, almeno”). Aveva due bambini suoi in Ucraina, stavano coi nonni (”Sarà vero, o è una copertura?”). Aveva lavorato tre anni in una famiglia, con tre bambini, che adorava. Però ora si era fidanzata con un uomo e non voleva più stare fissa in casa di altri (”E chi sarà, questo? Uno sfruttatore dei bambini? Un amante della pedopornografia? E suo marito?”). (Mai come nella valutazione di queste altre donne si diventa di colpo tradizionaliste a oltranza: se hanno il marito meglio, se non ce l’hanno chissà perché non ce l’hanno, se hanno bambini meglio, ma se non ne hanno chissà perchè non ne hanno, o dove o con chi li hanno lasciati, …).
Elèna aveva le referenze. (”Ah bè, se ha le referenze allora è tutto vero”). Le diedi un appuntamento fisico, via tal dei tali numero 9, sabato pomeriggio alle cinque.
Il sabato pomeriggio alle cinque avevo convocato la suocera. Poteva aiutarmi a capire meglio che tipo di persona avevo davanti, in fondo me la stavo mettendo in casa per 4 ore al giorno, che dopo qualche mese - a prova finita - sarebbero potute diventare sei o otto. Le avrei dovuto lasciare mio figlio. Prima qualche decina di minuti, poi qualche pasto, poi - solo poi - per la nanna e i giochi e i cambi pannolini e i sorrisi e le coccole e la manina e.
Già la odiavo, senza nemmeno nascondermelo troppo.
Alle cinque e venti non si vedeva ancora nessuno. Ci facemmo un tè (io e la suocera). Magari era in ritardo. Magari non trovava la strada (”Non l’avrà cercata sul Tutto città?”). No, forse non aveva un Tutto città. o forse non l’aveva guardato. (”Che superficialità. Chissà col bambino, come sarebbe superficiale”). Alle cinque e mezza telefono. Trafelata e quasi arrabbiata mi spiega che non trova la via. Cerco di spiegargliela, ma il suo italiano non è abbastanza preciso, oppure il telefono ha un pessimo segnale, oppure c’è troppo rumore intorno per capirmi. E’ chiaro che Elèna non arriverà mai a casa mia. Cinque telefonate dopo mi comunica la sua decisione definitiva: “Signora, troppo lontano per me, no possibile, no possibile. Ssscusa, ssscusa, ma gàrda, dale qatro in giro. No possibile. Ssscusa. Ciao”.
Fine della seconda puntata.
Safadino Dice:
18 Febbraio 2009 alle 4:13 pm(il sito di Safadino)
Poveri noi…